Palazzi
- Casino del Vescovo ( Massa Finalese )
- Villa Angela ( Massa Finalese )
- Palazzo Borsari
- Palazzo Frassoni
- Palazzo Cassetti
- Palazzo Comunale
- Teatro Sociale
- Palazzo Ramondini
- Palazzo Terzi
- Casino dei Vecchi (Loc. Campodoso)
- Castello Carrobbio
- Palazzo Bresciani-Rodriguez
- Palazzo Grossi
- Palazzo Pretorio
- Palazzo della Cassa di Risparmio di Mirandola
- Palazzo Bortolazzi
- Palazzo Borsari
- Palazzo Grillenzoni ( o dei Veneziani )
- Palazzo Finetti
- Palazzo Obizzi ( Località Obici )
- Ex Monastero di Santa Chiara
- Palazzo Villa - Località Cà Bianca
Questa antica villa, situata nei pressi dell’ex Salumificio Bellentani, in passato appartenne al vescovo di Modena, quindi passò in proprietà a varie nobili famiglie (tra le quali gli Gnoli e i Grillenzoni di Finale), mantenendo inalterato l’originario impianto cinquecentesco.
Si presenta con un semplice corpo rettangolare che include una torre angolare, un poco più alta dell’edifi cio. Da una bella scalinata in cotto si sale all’ingresso principale, che consente l’accesso al piano nobile. A lato del portale si trova un frammento di una pietra in cotto dove sono visibili un copricapo vescovile ornato di nastri e la data 1547; vi è purtroppo assente lo stemma. L’interno, oggi completamente restaurato dalla famiglia Veronesi, attuale proprietaria, si presenta in tutta la sua magnifi cenza. Sull’androne centrale si aprono vaste sale, tutte con i soffi tti decorati, e con camini in gesso e stucco collocati tra le ampie fi nestre. Le pareti di varie stanze sono abbellite da dipinti che riproducono gradevoli scene di paesaggi; in una di queste spiccano i grandi stemmi araldici della famiglia che commissionò le pregevoli opere.
Questa antica villa, situata nei pressi dell’ex Salumificio Bellentani, in passato appartenne al vescovo di Modena, quindi passò in proprietà a varie nobili famiglie (tra le quali gli Gnoli e i Grillenzoni di Finale), mantenendo inalterato l’originario impianto cinquecentesco.
Si presenta con un semplice corpo rettangolare che include una torre angolare, un poco più alta dell’edifi cio. Da una bella scalinata in cotto si sale all’ingresso principale, che consente l’accesso al piano nobile. A lato del portale si trova un frammento di una pietra in cotto dove sono visibili un copricapo vescovile ornato di nastri e la data 1547; vi è purtroppo assente lo stemma. L’interno, oggi completamente restaurato dalla famiglia Veronesi, attuale proprietaria, si presenta in tutta la sua magnifi cenza. Sull’androne centrale si aprono vaste sale, tutte con i soffi tti decorati, e con camini in gesso e stucco collocati tra le ampie fi nestre. Le pareti di varie stanze sono abbellite da dipinti che riproducono gradevoli scene di paesaggi; in una di queste spiccano i grandi stemmi araldici della famiglia che commissionò le pregevoli opere.
Costruito tra la fi ne dell’ottocento e l’inizio del novecento sopra una preesistente struttura, questo edifi cio si presenta con un’architettura che si ispira ad antichi castelli, in particolare a quello coevo di Carrobio, poco distante. Vi sono presenti due torri contrapposte, una a pianta quadrata che si eleva al di sopra della costruzione, l’altra semicircolare, in linea con il coronamento merlato che percorre il perimetro su tre lati. La villa, circondata da un ampio giardino, è stata completamente restaurata.
Edificato su un preesistente edifi cio nel 1775 da Antonio Borsari per il secondo e il terzogenito dei suoi fi gli, questo è il più recente dei numerosi palazzi che sorsero a partire dal XVII secolo ai bordi della strada denominata “la fossa”, un tempo occupata dal fossato a nord delle mura che sino al 1554 recinsero la città. Nella sua lunga facciata spicca un bel portale di ingresso ad arco, in blocchi di marmo bianco. Nel corso dei secoli successivi il palazzo ha subito numerosi interventi che in parte ne hanno modifi cato l’antico impianto interno.
Nella prima metà del XX secolo l’edifi cio divenne sede dell’Istituto Sacro Cuore che accoglieva le bambine di famiglie bisognose, negli anni successivi si trasformò in asilo e oggi vi ha sede la scuola materna parrocchiale. Conserva all’interno un elegante scalone raccordato al piano nobile da un pianerottolo semicircolare. Tra i vari ambienti, i cui soffi tti sono decorati con stucchi e pitture di gusto neoclassico, si segnala una interessante sala adibita a teatro, capace di ospitare un centinaio di persone. Sul retro si apre un ampio cortile (un tempo giardino) che conduce ad una piccola chiesa incorporata tra gli edifi ci adiacenti.
Edificato su un preesistente edifi cio nel 1775 da Antonio Borsari per il secondo e il terzogenito dei suoi fi gli, questo è il più recente dei numerosi palazzi che sorsero a partire dal XVII secolo ai bordi della strada denominata “la fossa”, un tempo occupata dal fossato a nord delle mura che sino al 1554 recinsero la città. Nella sua lunga facciata spicca un bel portale di ingresso ad arco, in blocchi di marmo bianco. Nel corso dei secoli successivi il palazzo ha subito numerosi interventi che in parte ne hanno modifi cato l’antico impianto interno.Nella prima metà del XX secolo l’edifi cio divenne sede dell’Istituto Sacro Cuore che accoglieva le bambine di famiglie bisognose, negli anni successivi si trasformò in asilo e oggi vi ha sede la scuola materna parrocchiale. Conserva all’interno un elegante scalone raccordato al piano nobile da un pianerottolo semicircolare. Tra i vari ambienti, i cui soffi tti sono decorati con stucchi e pitture di gusto neoclassico, si segnala una interessante sala adibita a teatro, capace di ospitare un centinaio di persone. Sul retro si apre un ampio cortile (un tempo giardino) che conduce ad una piccola chiesa incorporata tra gli edifi ci adiacenti.
Il luogo in cui nacque Cesare Frassoni è erroneamente indicato da una lapide affi ssa alla fi ne dell’Ottocento su di una casa situata nella strada intitolata al grande storico fi nalese, ma il palazzo in cui egli venne alla luce ed abitò - che Giovanni Sola riconobbe per primo, e che è stato oggetto di studio da parte di Maria Pia Balboni – è quello di cui è qui riprodotta la facciata. Già nel 1654 risultava di proprietà di Cesare Frassoni – bisnonno dell’omonimo storico – che l’aveva acquistato dalla famiglia Bressi e nel corso dei secoli ospitò personaggi illustri, tra i quali i principi estensi. Ereditato dai Passerini nel 1808, ha subìto varie ristrutturazioni e frazionamenti, ma ancora esibisce tracce dell’antico splendore: sono la scala in cotto che conduce al piano nobile e due nicchie che racchiudono due statue, raffi guranti Giunone incoronata e Apollo che regge una cetra.
Di questo antico edifi cio seicentesco purtroppo rimangono visibili poche tracce. Nella facciata spicca il grande portale di ingresso in pietra che esibiva sulla sommità dell’arco lo stemma della famiglia Cassetti, nell’androne rimane un bel portale settecentesco sostenuto da due pilastri. Da osservare la bella torre colombaia adiacente all’edifi cio sul lato est, rientrata dalla strada; è una bella costruzione in mattoni a vista con cornici sporgenti disposte a varie altezze, nella cui parte superiore si apre una fi nestra ad arco a tutto sesto. Della famiglia Cassetti fece parte anche Francesco, nato nel 1798 e di professione medico. Dopo i moti rivoluzionari del 1831, costretto all’esilio, si rifugiò in Francia a Grézieu-La-Varenne, dove esercitò la sua professione divenendone sindaco nel 1870. A ricordo dell’episodio, nel 1966 Finale Emilia si è gemellata con la cittadina francese: un sodalizio (voluto dal sindaco di allora Angelo Sola) che continua ancora oggi indissolubilmente.
Questo bel palazzo fu costruito nel 1744 sopra un preesistente edifi cio della Comunità, i cui resti sono visibili nel vano del sottoscala, dove sono esposti alcuni dei reperti ceramici rinvenuti durante recenti lavori di restauro. La sua architettura si conforma ai caratteri del razionalismo estense tipici di quell’epoca e riscontrabili in molti palazzi modenesi. La sobria bellezza dell’edifi - cio è ingentilita dalla torre centrale, che termina con la cella campanaria sormontata da una copertura in rame a cipolla. La torre è ornata da un grande orologio pubblico, dallo stemma comunale e da una bella statua barocca raffi gurante San Zenone, dichiarato nel 1745 protettore della città; la statua (in marmo bianco, alta cm. 190) è opera dello scultore veneziano Paolo Groppelli, ed il cartiglio ai suoi piedi racchiude le parole Protector noster aspice (nostro protettore guardaci). All’interno dell’edifi cio vi sono pregevoli opere. La statua in bronzo di fi anco all’ascensore al piano terra, raffi gurante un giovane, è dello scultore contemporaneo Augusto Murer.
L’anticamera dell’uffi cio del sindaco è decorata da cinque dipinti a tempera su tela racchiusi da cornici di stucco, commissionati nel 1744 a Fra Stefano da Carpi (Giuseppe Barnaba Solieri, 1710 – 1796). Uno di essi rappresenta San Zenone che prega la Vergine (cm. 232 x 169) nell’atto di implorare la sua protezione su Finale, di cui è visibile un bellissimo scorcio con la Torre dell’Orologio ancora intonacata, l’antica porta e i resti delle mura: gli altri raffigurano due prospettive con colonnati gotici, e due con rovine antiche. Nell’ufficio del sindaco, ricoperto da una finta tappezzeria blu, fa bella mostra un capolavoro del tardo Cinquecento, la Madonna con il Bambino e San Giovannino (olio su tela, cm. 114 x 94) del ferrarese Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino (1551 – 1620). Nel colore intenso e vibrante del manto della Vergine è evidente l’influsso di Paolo Veronese, del quale lo Scarsellino fu allievo a Venezia. Un quadretto assai più recente, del 1884, cattura l’attenzione per la sua notevole freschezza e vivacità: raffigura Il ritorno dal pellegrinaggio (olio su cartone, cm. 26,5 x 36), opera del modenese Achille Boschi (1852 – 1930).
Questo bel palazzo fu costruito nel 1744 sopra un preesistente edifi cio della Comunità, i cui resti sono visibili nel vano del sottoscala, dove sono esposti alcuni dei reperti ceramici rinvenuti durante recenti lavori di restauro. La sua architettura si conforma ai caratteri del razionalismo estense tipici di quell’epoca e riscontrabili in molti palazzi modenesi. La sobria bellezza dell’edifi - cio è ingentilita dalla torre centrale, che termina con la cella campanaria sormontata da una copertura in rame a cipolla. La torre è ornata da un grande orologio pubblico, dallo stemma comunale e da una bella statua barocca raffi gurante San Zenone, dichiarato nel 1745 protettore della città; la statua (in marmo bianco, alta cm. 190) è opera dello scultore veneziano Paolo Groppelli, ed il cartiglio ai suoi piedi racchiude le parole Protector noster aspice (nostro protettore guardaci). All’interno dell’edifi cio vi sono pregevoli opere. La statua in bronzo di fi anco all’ascensore al piano terra, raffi gurante un giovane, è dello scultore contemporaneo Augusto Murer.L’anticamera dell’uffi cio del sindaco è decorata da cinque dipinti a tempera su tela racchiusi da cornici di stucco, commissionati nel 1744 a Fra Stefano da Carpi (Giuseppe Barnaba Solieri, 1710 – 1796). Uno di essi rappresenta San Zenone che prega la Vergine (cm. 232 x 169) nell’atto di implorare la sua protezione su Finale, di cui è visibile un bellissimo scorcio con la Torre dell’Orologio ancora intonacata, l’antica porta e i resti delle mura: gli altri raffigurano due prospettive con colonnati gotici, e due con rovine antiche. Nell’ufficio del sindaco, ricoperto da una finta tappezzeria blu, fa bella mostra un capolavoro del tardo Cinquecento, la Madonna con il Bambino e San Giovannino (olio su tela, cm. 114 x 94) del ferrarese Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino (1551 – 1620). Nel colore intenso e vibrante del manto della Vergine è evidente l’influsso di Paolo Veronese, del quale lo Scarsellino fu allievo a Venezia. Un quadretto assai più recente, del 1884, cattura l’attenzione per la sua notevole freschezza e vivacità: raffigura Il ritorno dal pellegrinaggio (olio su cartone, cm. 26,5 x 36), opera del modenese Achille Boschi (1852 – 1930).
La tradizione di Finale Emilia per il teatro è antica. Lo storico Cesare Frassoni nelle sue Memorie fa menzione di un teatro per le pubbliche danze già esistente nel 1567, detto “Balladuro”. Nel 1687 fu costruito nell’odierno Piazzale Roma, accanto alla Rocca, un Teatro Comunale in uno stile inizialmente barocco che poi, in seguito a ristrutturazioni successive, si trasformò in neoclassico. Nel 1899 questo teatro fu abbandonato, per essere defi nitivamente chiuso nel 1906; di esso è ancora individuabile la facciata a nord, sormontata da un frontone triangolare. Nell’ottobre 1905 si costituì una società (composta da ricchi borghesi e famiglie nobili fi nalesi) per la costruzione di un nuovo teatro, il cui progetto fu affi dato allo studio di ingegneria e architettura Giorni e Rognoni di Modena. I lavori, iniziati nel 1907, furono portati a termine nel 1910. La facciata è a tre corpi, di cui quello centrale rialzato. All’interno, uno spazioso foyer permette di accedere alla platea e mediante due scale ai palchi e alla galleria. L’impianto rappresenta un compromesso progettuale che fonde la tradizione tipologica italiana (in particolare emiliana) del teatro a palchetti con quella francese delle gallerie a balconate continue.
L’interno è a ferro di cavallo ed ha una capienza di circa 500 posti. Sulla facciata sono presenti decori in stile liberty, ripetuti internamente nelle pitture dei soffi tti e delle pareti. Il nuovo teatro fu inaugurato il 19 ottobre 1910 con l’opera di Giacomo Puccini Manon Lescaut. Conobbe una vivace attività sino alle soglie del secondo confl itto mondiale, ma negli anni successivi questa si affi evolì e per il teatro iniziò un sempre più rapido declino, accelerato anche da un suo successivo adattamento a cinematografo. Nel 1984 fu chiuso a tempo indeterminato. Solamente un decennio dopo il Comune di Finale Emilia lo acquistò interamente, dando avvio a grandi lavori di ristrutturazione. Completato il recupero, il teatro fu di nuovo inaugurato il 20 gennaio 1996 con l’operetta La vedova allegra: da quel giorno ha continuato ad essere utilizzato, ospitando artisti di fama nazionale ed internazionale.
La tradizione di Finale Emilia per il teatro è antica. Lo storico Cesare Frassoni nelle sue Memorie fa menzione di un teatro per le pubbliche danze già esistente nel 1567, detto “Balladuro”. Nel 1687 fu costruito nell’odierno Piazzale Roma, accanto alla Rocca, un Teatro Comunale in uno stile inizialmente barocco che poi, in seguito a ristrutturazioni successive, si trasformò in neoclassico. Nel 1899 questo teatro fu abbandonato, per essere defi nitivamente chiuso nel 1906; di esso è ancora individuabile la facciata a nord, sormontata da un frontone triangolare. Nell’ottobre 1905 si costituì una società (composta da ricchi borghesi e famiglie nobili fi nalesi) per la costruzione di un nuovo teatro, il cui progetto fu affi dato allo studio di ingegneria e architettura Giorni e Rognoni di Modena. I lavori, iniziati nel 1907, furono portati a termine nel 1910. La facciata è a tre corpi, di cui quello centrale rialzato. All’interno, uno spazioso foyer permette di accedere alla platea e mediante due scale ai palchi e alla galleria. L’impianto rappresenta un compromesso progettuale che fonde la tradizione tipologica italiana (in particolare emiliana) del teatro a palchetti con quella francese delle gallerie a balconate continue.
L’interno è a ferro di cavallo ed ha una capienza di circa 500 posti. Sulla facciata sono presenti decori in stile liberty, ripetuti internamente nelle pitture dei soffi tti e delle pareti. Il nuovo teatro fu inaugurato il 19 ottobre 1910 con l’opera di Giacomo Puccini Manon Lescaut. Conobbe una vivace attività sino alle soglie del secondo confl itto mondiale, ma negli anni successivi questa si affi evolì e per il teatro iniziò un sempre più rapido declino, accelerato anche da un suo successivo adattamento a cinematografo. Nel 1984 fu chiuso a tempo indeterminato. Solamente un decennio dopo il Comune di Finale Emilia lo acquistò interamente, dando avvio a grandi lavori di ristrutturazione. Completato il recupero, il teatro fu di nuovo inaugurato il 20 gennaio 1996 con l’operetta La vedova allegra: da quel giorno ha continuato ad essere utilizzato, ospitando artisti di fama nazionale ed internazionale.
La facciata di questo palazzo seicentesco, che presenta un corpo laterale ribassato con un ampio portone ad arco mediante il quale si accede alla corte interna, si caratterizza per il tipico basamento a scarpa, testimonianza di infl uenze stilistiche che si richiamano all’antico; infatti già nel 1654 il palazzo risultava di proprietà di Bartolomeo Bresciani, ma nel 1769 esso fu ceduto dai fratelli Bresciani a don Giovanni Taveggi. All’interno, un ampio scalone conduce al piano nobile dove si aprono numerose sale affrescate con eleganti motivi stilistici e arredate da raffi nati camini in marmo. Il palazzo ha subito, a causa degli smembramenti dovuti a vari passaggi ereditari, parziali modifi che che hanno interessato i volumi del piano terra e parte del piano nobile. Alla nobile famiglia Ramondini, che in seguito ne divenne proprietaria, appartenne anche Luigi, uno dei quattro segretari del Congresso Cispadano che decretò la nascita del tricolore italiano.
Questo palazzo ha subito nei secoli numerose modifi che ed alterazioni. Agli esordi del seicento faceva parte dell’Osteria Ducale, un vasto complesso in cui erano alloggiati i forestieri di passaggio, che comprendeva anche tutti gli edifi ci situati su di un lato della Via Montegrappa sino all’incrocio con Via Leonardo da Vinci. Il palazzo, di proprietà della famiglia Terzi dal 1899, svolse anche un ruolo pubblico in quanto sede del legato ducale. Tra i suoi vari ospiti, il più illustre è stato il duca di Modena Francesco IV. Nelle ampie sale interne sono ancora presenti stucchi e decorazioni settecentesche.
Questa bella villa di campagna è un complesso del XVIII secolo di grande interesse. Anticamente detta “San Paolo”, è formata da un fabbricato padronale e da una corte chiusa sulla quale si affacciano i retrostanti fabbricati di servizio. La villa mantiene inalterato l’impianto settecentesco. Nel centro della facciata si erge un’altana sormontata da una piccola edicola in ferro che accoglie una campana. Nel timpano vi è la traccia di un orologio, mentre sotto l’ampia fi nestra con balaustra campeggia lo stemma marmoreo dei Vecchi, costruttori dell’edifi cio. Questa nobile famiglia rivestì nei secoli importanti cariche pubbliche sia a Finale che nel ducato estense. La villa ebbe in seguito diversi proprietari e agli inizi del XIX secolo fu oggetto di un forte interesse da parte del duca Francesco IV, che inutilmente tentò più volte di acquistarla. Su un lato del giardino si affaccia un antico oratorio, ben conservato ed intitolato alla Beata Vergine del Carmine. Sia l’edifi cio principale che l’oratorio, alla fi ne del XVIII secolo, risultavano di proprietà dei carmelitani di San Paolo di Ferrara; alcuni loro confratelli dimoravano in questo luogo, detto “della guardia”, pertanto si può presumere che il fabbricato abbia svolto per un certo periodo anche funzioni religiose.
Si tratta di una delle maggiori residenze presenti nel territorio della Bassa modenese. Il castello tuttavia non è così antico come sembrerebbe a prima vista: infatti fu costruito per volontà di Vittorio Sacerdoti, conte di Carrobio, dal 1898 al 1900. A questo periodo risale il suo primo nucleo, che fu successivamente ampliato negli anni 1911 - 1914 su progetto dell’ingegnere Ettore Tosatti di San Felice sul Panaro. Il grande edifi cio si ispira come modello al castello tedesco di Tobitshau di cui era proprietario il fratello della moglie di Vittorio Sacerdoti, una nobildonna austriaca. Il castello è circondato da un ampio parco recintato e situato su quelle che un tempo furono le vaste proprietà terriere del conte di Carrobio; queste includevano anche il bosco della Saliceta, una ex tenuta ducale che si trovava tra i comuni di Camposanto e San Felice sul Panaro. Il complesso, di grande effetto scenografico, venne costruito come residenza temporanea, ma svolse anche un importante ruolo di rappresentanza.
Il conte, di origine veneziana, risiedeva abitualmente a Roma e svolgeva l’incarico di ambasciatore al servizio del re d’Italia in varie capitali europee, sua moglie invece era una delle dame di corte della regina. Questo suo importante ruolo gli permise di entrare in contatto con numerosi uomini d’affari, politici e aristocratici, che periodicamente egli invitava nella sua dimora massese. Luogo di feste e ricevimenti, il castello conobbe ospiti illustri appartenenti alla casa regnante, quali il duca di Pistoia Filiberto e il principe del Piemonte Umberto di Savoia (l’ultimo re d’Italia), ma l’inizio della seconda guerra mondiale fu causa di un suo progressivo abbandono. Negli anni successivi il castello cambiò proprietà, ma continuò a non essere più abitato, anzi fu oggetto di numerose spogliazioni. Solo negli anni ’90, grazie all’acquisto della famiglia Folchi, furono avviati lavori di recupero dell’edificio, che nuovamente divenne residenza. La sua struttura massiccia, tutta in pietra “faccia a vista”, è alleggerita da finestre neogotiche ornate con marmi; nelle sale interne le decorazioni, in puro stile liberty, sono opera del pittore veneziano Peres. Altri abili artigiani hanno contribuito ad impreziosire l’intero complesso con inferriate e cancellate assai elaborate. All’epoca in cui i conti di Carrobio erano proprietari del castello, vi si entrava dall’ingresso principale percorrendo il lungo viale fiancheggiato da tigli che inizia di fronte alla chiesa: il viale è oggi integrato nel parco pubblico cittadino.
Si tratta di una delle maggiori residenze presenti nel territorio della Bassa modenese. Il castello tuttavia non è così antico come sembrerebbe a prima vista: infatti fu costruito per volontà di Vittorio Sacerdoti, conte di Carrobio, dal 1898 al 1900. A questo periodo risale il suo primo nucleo, che fu successivamente ampliato negli anni 1911 - 1914 su progetto dell’ingegnere Ettore Tosatti di San Felice sul Panaro. Il grande edifi cio si ispira come modello al castello tedesco di Tobitshau di cui era proprietario il fratello della moglie di Vittorio Sacerdoti, una nobildonna austriaca. Il castello è circondato da un ampio parco recintato e situato su quelle che un tempo furono le vaste proprietà terriere del conte di Carrobio; queste includevano anche il bosco della Saliceta, una ex tenuta ducale che si trovava tra i comuni di Camposanto e San Felice sul Panaro. Il complesso, di grande effetto scenografico, venne costruito come residenza temporanea, ma svolse anche un importante ruolo di rappresentanza.Il conte, di origine veneziana, risiedeva abitualmente a Roma e svolgeva l’incarico di ambasciatore al servizio del re d’Italia in varie capitali europee, sua moglie invece era una delle dame di corte della regina. Questo suo importante ruolo gli permise di entrare in contatto con numerosi uomini d’affari, politici e aristocratici, che periodicamente egli invitava nella sua dimora massese. Luogo di feste e ricevimenti, il castello conobbe ospiti illustri appartenenti alla casa regnante, quali il duca di Pistoia Filiberto e il principe del Piemonte Umberto di Savoia (l’ultimo re d’Italia), ma l’inizio della seconda guerra mondiale fu causa di un suo progressivo abbandono. Negli anni successivi il castello cambiò proprietà, ma continuò a non essere più abitato, anzi fu oggetto di numerose spogliazioni. Solo negli anni ’90, grazie all’acquisto della famiglia Folchi, furono avviati lavori di recupero dell’edificio, che nuovamente divenne residenza. La sua struttura massiccia, tutta in pietra “faccia a vista”, è alleggerita da finestre neogotiche ornate con marmi; nelle sale interne le decorazioni, in puro stile liberty, sono opera del pittore veneziano Peres. Altri abili artigiani hanno contribuito ad impreziosire l’intero complesso con inferriate e cancellate assai elaborate. All’epoca in cui i conti di Carrobio erano proprietari del castello, vi si entrava dall’ingresso principale percorrendo il lungo viale fiancheggiato da tigli che inizia di fronte alla chiesa: il viale è oggi integrato nel parco pubblico cittadino.
Si tratta di un bell’edificio tardo settecentesco costruito dalla famiglia Bresciani. Al piano nobile sono ancora presenti pregevoli decorazioni pittoriche che ricoprono l’intera loggia, dalle pareti al soffi tto. Alla loggia si accede mediante un elegante scalone a tre rampe. Dal cortile interno è visibile l’antica torre padronale che si innalza di alcuni metri al di sopra del tetto. Recenti lavori di ristrutturazione hanno recuperato la struttura alterandone però in parte i volumi interni, destinati ad accogliere abitazioni ed uffici.
Fu costruito dalla famiglia Grossi tra la fi ne del ’500 e l’inizio del ’600, ed è l’unico edifi cio privato presente oggi a Finale che esibisce la tecnica della pietra “faccia a vista”, tipica dell’area ferrarese. Anticamente l’area del palazzo si estendeva sino all’odierno Corso Matteotti, con al centro un ampio cortile. In seguito esso è stato frazionato ed oggi la lettura degli ambienti risulta compromessa; le uniche testimonianze del suo antico splendore sono alcune pitture in stile neo-classico sui soffi tti e sulle pareti, in una delle quali campeggia un grande stemma della famiglia Grossi.
Costruito nel 1470 quale Palazzo della Ragione, e in seguito sede della Giusdicenza o Pretura (da cui il nome Pretorio), fu edifi cato sul lato destro del Canale che attraversava il centro cittadino, e che fu interrato alla fi ne del XIX secolo: in prossimità del palazzo vi era il Ponte di Piazza. Profondamente alterato nel corso dei secoli, ha ospitato vari uffi ci pubblici tra cui la Pretura, ed è stato sede del Liceo Scientifi co. Negli anni 1992 - 1994, dopo essere stato venduto dal Comune che ne era proprietario, sono stati attuati lavori di ristrutturazione e recupero dell’edifi cio che ne hanno rispettato l’impianto originario, riaprendo anche il grande porticato su Via Trento e Trieste. Gli spazi interni hanno invece subìto un’alterazione funzionale alla nuova destinazione d’uso abitativa e commerciale. Per impreziosire il palazzo, vi è stata collocata in angolo una settecentesca statua di San Giovanni Nepomuceno, situata in passato nei pressi del Ponte Nuovo che attraversava il canale Cavamento.
L’edificio si colloca sull’angolo di Via Mazzini e Corso Matteotti. È stato costruito nel 1929 per ospitare gli uffi ci della Cassa di Risparmio di Mirandola (una banca già attiva al Finale dal 1886 e che ancora non aveva una propria sede) su progetto dell’architetto mirandolese Mario Guerzoni, che si è ispirato all’architettura neogotica. All’interno, negli uffi ci direttivi, erano conservate sino a pochi anni fa due tele raffi guranti i Bonacatti, tre fratelli fi nalesi, i quali nel 1555 donarono tutti i loro beni all’erigendo Monte di Pietà per vestire poi l’abito dei cappuccini. Uno dei quadri, del XVII secolo e di autore ignoto, li ritrae con i loro genitori alle spalle, mentre l’altro, che li raffi gura nell’atto di impugnare insieme una croce, è stato attribuito a Fra Stefano da Carpi e risale alla prima metà del settecento. Entrambe le opere, che ora fanno parte della raccolta d’arte della Fondazione della Cassa di Risparmio di Mirandola (la banca che nel 1941 assorbì tutti i beni del Monte di Pietà del Finale), si trovano oggi nel Castello dei Pico.
Questo grande palazzo ha ora tre ingressi, rispettivamente in Via Cesare Battisti, Trento Trieste e nel Vicolo Palazzo Civico. Nel 1588 apparteneva a Matteo Vecchi, e nel Settecento alla famiglia Trombi; in seguito ne divenne proprietaria la famiglia Bortolazzi, che lo ampliò alla fi ne dell’Ottocento dopo l’interramento del Panaro della Lunga. La loggia tripartita con balcone che si affaccia sulla Via Trento Trieste fu costruita all’inizio del Novecento. Successivamente divenuto di proprietà del Comune di Finale Emilia, ospitò vari uffici pubblici, e negli anni ’20 fu ceduto al Partito Nazionale Fascista che vi trasferì la sua sede e vari altri uffici. Nel 1907 fu anche sede della Banca del Piccolo Credito Romagnolo.
Alla fine del secondo conflitto mondiale l’edificio è stato incamerato dallo Stato, che lo ha destinato ad uffici pubblici (tra essi quelli del Registro e delle Imposte); per alcuni anni è stato anche sede del Liceo Scientifico e del Museo Civico. Riacquistato recentemente dal Comune di Finale Emilia, il palazzo attende di essere restaurato e ristrutturato. Nonostante abbia subìto negli anni diverse destinazioni d’uso, molti spazi interni hanno conservato quasi integralmente i volumi originari e le decorazioni che li adornavano. Dall’ingresso di Via Cesare Battisti si entra in un atrio spazioso il cui soffitto a volte è sostenuto da colonne in marmo: un ampio scalone laterale permette di accedere al piano nobile. Sui soffitti sono presenti due grandi decorazioni settecentesche che rappresentano immagini mitologiche e raffigurazioni delle Arti.
Questo grande palazzo ha ora tre ingressi, rispettivamente in Via Cesare Battisti, Trento Trieste e nel Vicolo Palazzo Civico. Nel 1588 apparteneva a Matteo Vecchi, e nel Settecento alla famiglia Trombi; in seguito ne divenne proprietaria la famiglia Bortolazzi, che lo ampliò alla fi ne dell’Ottocento dopo l’interramento del Panaro della Lunga. La loggia tripartita con balcone che si affaccia sulla Via Trento Trieste fu costruita all’inizio del Novecento. Successivamente divenuto di proprietà del Comune di Finale Emilia, ospitò vari uffici pubblici, e negli anni ’20 fu ceduto al Partito Nazionale Fascista che vi trasferì la sua sede e vari altri uffici. Nel 1907 fu anche sede della Banca del Piccolo Credito Romagnolo.Alla fine del secondo conflitto mondiale l’edificio è stato incamerato dallo Stato, che lo ha destinato ad uffici pubblici (tra essi quelli del Registro e delle Imposte); per alcuni anni è stato anche sede del Liceo Scientifico e del Museo Civico. Riacquistato recentemente dal Comune di Finale Emilia, il palazzo attende di essere restaurato e ristrutturato. Nonostante abbia subìto negli anni diverse destinazioni d’uso, molti spazi interni hanno conservato quasi integralmente i volumi originari e le decorazioni che li adornavano. Dall’ingresso di Via Cesare Battisti si entra in un atrio spazioso il cui soffitto a volte è sostenuto da colonne in marmo: un ampio scalone laterale permette di accedere al piano nobile. Sui soffitti sono presenti due grandi decorazioni settecentesche che rappresentano immagini mitologiche e raffigurazioni delle Arti.
Si tratta di un edificio imponente, la cui costruzione risale probabilmente alla seconda metà del XVIII secolo ad opera della famiglia Borsari, ricchi commercianti di grani. Dal punto di vista architettonico, è uno degli edifi ci privati più interessanti di tutta la Bassa modenese. Il palazzo non ha subito nei secoli grandi trasformazioni, eccettuati alcuni interventi funzionali che hanno interessato pochi spazi interni. Come altri edifi ci che lo fi ancheggiano, si affacciava sul Panaro, lungo il ramo detto di Cavamento. Sul retro si apriva un vasto giardino, oggi solo parzialmente conservato. All’interno gli spazi si articolano in ampie sale di rappresentanza e di ricevimento. Notevole è il grande scalone a tre rampe che conduce ai piani superiori, le cui sale sono fastosamente decorate con stucchi, pitture e quadri ad olio.
Fu costruito nel 1669 da Carlo Grillenzoni in prossimità del canale Cavamento, il cui alveo sino alla fine dell’Ottocento occupava l’odierna Via Frassoni. Si tratta di un grande ed austero edificio, un tempo sede anche di magazzini per il commercio fluviale con Venezia. Di pianta rettangolare, presenta ai vertici quattro ali sporgenti: al centro, un androne ad altissimo volto consente l’accesso alla parte retrostante, dove un tempo si apriva un ampio giardino. Nel 1706 ospitò il principe Eugenio di Savoia, come ricorda un’epigrafe marmorea collocata sulla facciata, e dal 1737 fu per molti anni sede di un piccolo teatro ad uso esclusivo della nobiltà finalese. Oggi si presenta notevolmente rimaneggiato negli spazi interni, dove non rimangono visibili tracce del glorioso passato.
La villa, di aspetto settecentesco ma con tutta probabilità di origine più antica, è contigua all’ospedale. La sua facciata è in Corso Cavour, mentre il resto della proprietà si estende sino a Via Trento Trieste, un tempo sede dell’alveo del Panaro della Lunga; su questo lato erano i fabbricati adibiti a magazzino e cantina. Il complesso attualmente si presenta con diversi edifi ci: quello padronale, che ultimamente servì di abitazione alla famiglia Finetti, fu acquistato nel 1843 dalla famiglia Onofri; non è noto a chi sia appartenuto in precedenza e chi l’abbia fatto costruire in origine. Sul retro si apre un giardino, ornato un tempo da belle fontane con giochi d’acqua, che conduce ai magazzini ed alle stalle per i cavalli. La famiglia Finetti ricoprì importanti ruoli sia pubblici che militari al servizio degli Estensi: Luigi Finetti (conte palatino e nobile dal 1825), capitano del duca di Modena Francesco IV, dopo il 1815 acquistò, per conto del sovrano, dai marchesi Obizzi la loro antica residenza “La Quiete”. La famiglia fu anche proprietaria di una splendida villa seicentesca di campagna denominata “Casino Finetti”, situata in località Quattrina lungo il vecchio corso del Panaro. L’interno di Palazzo Finetti, i cui ambienti sono decorati con belle pitture e pregevoli camini, oggi ospita vari uffi ci ad uso socio-sanitario. Tutta la proprietà è stata infatti acquisita in anni recenti dal Comune di Finale Emilia, che assieme all’Azienda Sanitaria locale ne ha curato il restauro. Uno dei saloni della villa all’epoca in cui era residenza privata.
Questo grande edifi cio in cui dimorarono i marchesi Obizzi, ricchissima famiglia di origine ferrarese stabilitasi a Finale nel 1489, fu costruito lungo il vecchio corso del Panaro della Lunga nel XVI secolo. Un tempo circondato da una vastissima tenuta detta “ La Quiete” (che nel 1786 raggiungeva l’estensione di oltre 600 ettari), il palazzo ha conosciuto anni di grande prosperità; vi si svolgevano splendide feste dopo le battute di caccia alle quali partecipavano anche i membri della corte estense. Nel XIX secolo iniziò un progressivo abbandono dell’edifi cio, del quale dopo il 1815 era diventato proprietario il duca di Modena Francesco IV, che l’aveva acquistato dagli Obizzi. Dopo l’Unità d’Italia il palazzo e le terre vennero venduti, e la proprietà fu smembrata. Negli anni ’80 – ’90 del Novecento il palazzo venne acquistato dalla parrocchia di Finale Emilia, che provvide ad avviare dei lavori per il suo recupero funzionale, attualmente solo in parte realizzato. Oggi è sede di un convento che ospita alcuni frati, i “Fratelli di San Giovanni”, i quali accudiscono al santuario di Santa Maria degli Angeli, un antico oratorio divenuto meta di pellegrinaggi.
Il grande complesso dell’ex monastero fu inaugurato nel 1604 ed è stato più volte ampliato. L’impianto originario comprendeva, oltre agli edifi ci monastici, anche una chiesa di cui rimane oggi solo una traccia, mentre è ancora praticamente integro l’antico chiostro. Il monastero conobbe anni di grande sviluppo, che resero necessario un suo ampliamento nella seconda metà del seicento. Nel XVIII secolo iniziò una lenta decadenza del complesso a causa della diminuzione del numero delle monache e degli alti costi necessari alla sua manutenzione. Nel 1770, in seguito ad un’alluvione del Panaro, il monastero subì gravi danni e nel 1798 l’Ordine fu soppresso dal governo napoleonico che ne incamerò i beni.
Iniziò allora un periodo di continua decadenza dell’edifi cio, che venne alterato nella sua originaria struttura ed utilizzato per abitazioni e magazzini. Solo nel 1987 furono avviati i lavori di ristrutturazione che, proseguendo per stralci, sono tuttora in corso. Buona parte del complesso è già stata recuperata. Gli spazi interni hanno subìto profonde modifi che dovute alla destinazione dell’edifi cio ad uso abitativo, mentre in parte è stata recuperata la leggibilità esterna del monastero. Durante i primi interventi di recupero funzionale, sono stati attuati dal Gruppo Culturale R 6J6 alcuni saggi archeologici che hanno consentito il recupero di preziosi manufatti ceramici e di altri oggetti in uso nel monastero, attualmente esposti presso il Museo Civico.
Il grande complesso dell’ex monastero fu inaugurato nel 1604 ed è stato più volte ampliato. L’impianto originario comprendeva, oltre agli edifi ci monastici, anche una chiesa di cui rimane oggi solo una traccia, mentre è ancora praticamente integro l’antico chiostro. Il monastero conobbe anni di grande sviluppo, che resero necessario un suo ampliamento nella seconda metà del seicento. Nel XVIII secolo iniziò una lenta decadenza del complesso a causa della diminuzione del numero delle monache e degli alti costi necessari alla sua manutenzione. Nel 1770, in seguito ad un’alluvione del Panaro, il monastero subì gravi danni e nel 1798 l’Ordine fu soppresso dal governo napoleonico che ne incamerò i beni.Iniziò allora un periodo di continua decadenza dell’edifi cio, che venne alterato nella sua originaria struttura ed utilizzato per abitazioni e magazzini. Solo nel 1987 furono avviati i lavori di ristrutturazione che, proseguendo per stralci, sono tuttora in corso. Buona parte del complesso è già stata recuperata. Gli spazi interni hanno subìto profonde modifi che dovute alla destinazione dell’edifi cio ad uso abitativo, mentre in parte è stata recuperata la leggibilità esterna del monastero. Durante i primi interventi di recupero funzionale, sono stati attuati dal Gruppo Culturale R 6J6 alcuni saggi archeologici che hanno consentito il recupero di preziosi manufatti ceramici e di altri oggetti in uso nel monastero, attualmente esposti presso il Museo Civico.
Il territorio di Ca’ Bianca, alla destra del Panaro nel finalese, ha sempre avuto una grande importanza. Situate al confine del modenese con il bolognese, alla fine del XIV secolo queste terre pervennero in feudo al marchese Francesco Naselli, segretario ducale. In seguito alla sua caduta in disgrazia, le terre ritornarono in possesso della Camera Ducale, ma nel 1536 il duca Ercole II cedette il feudo al marchese Francesco Villa (che nel 1538 fu governatore di Modena). L’antico palazzo, da lui costruito in prossimità del luogo di attraversamento del Panaro, svolse anche una funzione di controllo su quella via di comunicazione; infatti vi sono ancora presenti, sul fronte verso il fiume, delle feritoie di avvistamento. Il complesso architettonico è costituito da una torre - colombaia isolata e da una corte chiusa sulla quale si affaccia il palazzo padronale, caratterizzato da un tipico stile ferrarese.
La dimora venne utilizzata inizialmente in modo saltuario dalla famiglia Villa che, sebbene risiedesse abitualmente a Ferrara nel Palazzo dei Diamanti, di sua proprietà, non mancò di abbellire la sua residenza di campagna con pregevoli camini in gesso e soffitti di legno a cassettoni dipinti. Nel vasto complesso è inserito anche un antico oratorio, comunicante con il palazzo e con l’esterno, che risale al 1616 - 1630; l’altare barocco al suo interno conserva un pregevole paliotto in scagliola policroma del XVII secolo, di scuola carpigiana. Il fabbricato rimase in feudo ai marchesi Villa sino al 1808, quando la famiglia si estinse con la morte di Guido III. La mancanza di eredi diretti scatenò un’aspra lotta tra i parenti del defunto e lo Stato estense, per accaparrarsi la proprietà. Conclusasi dopo alcuni anni la vertenza sui diritti, l’antico feudo pervenne ad una cugina dell’ultimo marchese Villa, Laura Lambertini Zambeccari, che lo cedette immediatamente a suo figlio. In seguito le terre e il palazzo furono venduti, e dopo diversi passaggi furono acquistati nel 1828 da Antonio Spinelli. I suoi eredi mantennero la proprietà per oltre 150 anni sino a pochi anni fa, utilizzandola per brevi periodi, soprattutto durante l’estate. Nel corso degli ultimi decenni l’edificio padronale e quelli della corte hanno conosciuto un lento ed inesorabile degrado, peggiorato nel dicembre 1996 da un incendio che ha danneggiato un’ala dei fabbricati di servizio.
Il territorio di Ca’ Bianca, alla destra del Panaro nel finalese, ha sempre avuto una grande importanza. Situate al confine del modenese con il bolognese, alla fine del XIV secolo queste terre pervennero in feudo al marchese Francesco Naselli, segretario ducale. In seguito alla sua caduta in disgrazia, le terre ritornarono in possesso della Camera Ducale, ma nel 1536 il duca Ercole II cedette il feudo al marchese Francesco Villa (che nel 1538 fu governatore di Modena). L’antico palazzo, da lui costruito in prossimità del luogo di attraversamento del Panaro, svolse anche una funzione di controllo su quella via di comunicazione; infatti vi sono ancora presenti, sul fronte verso il fiume, delle feritoie di avvistamento. Il complesso architettonico è costituito da una torre - colombaia isolata e da una corte chiusa sulla quale si affaccia il palazzo padronale, caratterizzato da un tipico stile ferrarese.La dimora venne utilizzata inizialmente in modo saltuario dalla famiglia Villa che, sebbene risiedesse abitualmente a Ferrara nel Palazzo dei Diamanti, di sua proprietà, non mancò di abbellire la sua residenza di campagna con pregevoli camini in gesso e soffitti di legno a cassettoni dipinti. Nel vasto complesso è inserito anche un antico oratorio, comunicante con il palazzo e con l’esterno, che risale al 1616 - 1630; l’altare barocco al suo interno conserva un pregevole paliotto in scagliola policroma del XVII secolo, di scuola carpigiana. Il fabbricato rimase in feudo ai marchesi Villa sino al 1808, quando la famiglia si estinse con la morte di Guido III. La mancanza di eredi diretti scatenò un’aspra lotta tra i parenti del defunto e lo Stato estense, per accaparrarsi la proprietà. Conclusasi dopo alcuni anni la vertenza sui diritti, l’antico feudo pervenne ad una cugina dell’ultimo marchese Villa, Laura Lambertini Zambeccari, che lo cedette immediatamente a suo figlio. In seguito le terre e il palazzo furono venduti, e dopo diversi passaggi furono acquistati nel 1828 da Antonio Spinelli. I suoi eredi mantennero la proprietà per oltre 150 anni sino a pochi anni fa, utilizzandola per brevi periodi, soprattutto durante l’estate. Nel corso degli ultimi decenni l’edificio padronale e quelli della corte hanno conosciuto un lento ed inesorabile degrado, peggiorato nel dicembre 1996 da un incendio che ha danneggiato un’ala dei fabbricati di servizio.
Notizie e informazioni sui monumenti di Finale Emilia 


