Chiese
- San Francesco d'Assisi
- Chiesa del Rosario
- Chiesa dell'Annunziata
- Chiesa di Santa Elisabetta
- Oratorio di Santa Maria Neve ( Loc. Massa Finalese )
- Oratorio di Sant' Anna
- Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo Apostoli ( Duomo )
- Pieve di San Geminiano (Massa Finalese)
- Chiesa di San Francesco di Paola ( o del Cimitero )
- Chiesa di San Bartolomeo ( o della Buona Morte )
- Chiesa di San Nicola da Tolentino ( o del Seminario )
- Santuario di Santa Maria degli Angeli ( Località Obici )
La chiesa e il convento risalgono al 1631. La costruzione del complesso monastico si deve ai frati minori conventuali, che giunsero al Finale nel 1625. Dopo la soppressione dell’ordine, avvenuta per decreto ducale nel 1768, tutti gli arredi, le tele, gli argenti e la ricca biblioteca vennero trasferiti a Modena. Nel 1770 gli edifi ci del convento furono destinati ad uso scolastico, ma nel 1836 vi si stabilirono i missionari redentoristi, che si prodigarono per il recupero del fabbricato danneggiato da un’alluvione del Panaro.
Nel 1837 venne costruito il piccolo oratorio del Calvario per ricordare la missione predicata in quell’anno dai redentoristi. In seguito, il complesso conventuale ospitò varie soldatesche di passaggio e i padri redentoristi furono costretti più volte ad abbandonare l’edifi cio, fi nché nel 1867 furono del tutto estromessi e costretti a lasciare Finale. Dal 1874 l’antico convento fu destinato ad ospitare l’Asilo Giardino, attuale scuola materna statale. La chiesa, oggi chiusa al culto e non visitabile, è costituita da un’unica navata centrale e da sei cappelle laterali. L’impianto architettonico è classicheggiante e definito da lesene con capitelli corinzi reggenti una trabeazione orizzontale a cornice, che riporta decorazioni in stucco a basso e ad altorilievo. La facciata risale al 1766 ed è in stile neoclassico, ravvivata da quattro anfore portafiori in pietra e da una statua calcarea (alta 190 cm.) di San Francesco d’Assisi (di ignoto scultore di area veneta) inserita in una nicchia sopra il portale, sulla cui sommità campeggia un bello stemma in marmo della Comunità. L’interno della chiesa conteneva diverse tele, oggi rimosse e collocate in parrocchia e in Municipio. Restano all’interno una statua di Sant’Antonio da Padova (nell’omonima cappella con un velario a chiusura della nicchia) e una statua raffigurante l’Immacolata Concezione in una nicchia al centro dell’abside. Nell’altare maggiore è inserito un pregevole paliotto in scagliola intarsiata di scuola carpigiana (Giovan Marco Barzelli, Carpi 1637-1693) e sulla sinistra, nella tribuna del presbiterio, è ancora presente un organo che risale al 1779 dei fratelli Filippo e Andrea Fedeli. La chiesa era nota per il culto dei santi protettori di corporazioni artigiane e pertanto le varie cappelle, dotate di pregevoli ancone in legno scolpito e dipinto, erano dedicate ai falegnami, ai sarti ecc. Il campanile, di stile romanico con bifora arcuata, conserva due campane, una del 1757 e l’altra del 1928: sul suo lato sud è visibile il quadrante (ridipinto in anni recenti dal pittore Mario Cavani) dell’antico orologio, il cui meccanismo è ora conservato all’interno della sagrestia. L’oratorio del Calvario situato vicino alla chiesa, di forma semicircolare, si presenta come un’elegante costruzione con la facciata in cotto a vista, ornata da quattro paraste con capitelli ionici; al suo interno si trovano cinque croci lignee, e la volta è dipinta con figure di angeli.laterali. L’impianto architettonico è classicheggiante e definito da lesene con capitelli corinzi reggenti una trabeazione orizzontale a cornice, che riporta decorazioni in stucco a basso e ad altorilievo. La facciata risale al 1766 ed è in stile neoclassico, ravvivata da quattro anfore portafiori in pietra e da una statua calcarea (alta 190 cm.) di San Francesco d’Assisi (di ignoto scultore di area veneta) inserita in una nicchia sopra il portale, sulla cui sommità campeggia un bello stemma in marmo della Comunità. L’interno della chiesa conteneva diverse tele, oggi rimosse e collocate in parrocchia e in Municipio. Restano all’interno una statua di Sant’Antonio da Padova (nell’omonima cappella con un velario a chiusura della nicchia) e una statua raffigurante l’Immacolata Concezione in una nicchia al centro dell’abside. Nell’altare maggiore è inserito un pregevole paliotto in scagliola intarsiata di scuola carpigiana (Giovan Marco Barzelli, Carpi 1637-1693) e sulla sinistra, nella tribuna del presbiterio, è ancora presente un organo che risale al 1779 dei fratelli Filippo e Andrea Fedeli. La chiesa era nota per il culto dei santi protettori di corporazioni artigiane e pertanto le varie cappelle, dotate di pregevoli ancone in legno scolpito e dipinto, erano dedicate ai falegnami, ai sarti ecc. Il campanile, di stile romanico con bifora arcuata, conserva due campane, una del 1757 e l’altra del 1928: sul suo lato sud è visibile il quadrante (ridipinto in anni recenti dal pittore Mario Cavani) dell’antico orologio, il cui meccanismo è ora conservato all’interno della sagrestia. L’oratorio del Calvario situato vicino alla chiesa, di forma semicircolare, si presenta come un’elegante costruzione con la facciata in cotto a vista, ornata da quattro paraste con capitelli ionici; al suo interno si trovano cinque croci lignee, e la volta è dipinta con figure di angeli.
E’ considerata la più bella chiesa barocca della Bassa modenese. La sua costruzione fu determinata da un evento storico che vale le pena di ricordare. Nel 1570, quando la cristianità era minacciata dai Turchi, il papa San Pio V invitò i fedeli a pregare la Madonna avvalendosi del Rosario per scongiurare il grave pericolo; in quello stesso anno si formò a Finale la Confraternita del SS. Rosario. Nel 1571 i Veneziani sconfi ssero i Turchi nella battaglia di Lepanto e, poiché il papa aveva avuto una visione della vittoria nel momento stesso in cui essa si compiva, in tutto il mondo la devozione al SS. Rosario aumentò notevolmente, tanto che a Finale nel 1572 la confraternita decise di edifi care una chiesa ad esso dedicata. La chiesa originaria (1572 – 1580) era più piccola di quella attuale, che risale agli anni 1676 – 1689, quando fu ulteriormente abbellita. Nel 1647 vi era stato collocato un prezioso organo di Antonio Colonna (1595? – 1667) tuttora presente in una cassa lignea settecentesca dipinta di bianco con fregi dorati, l’organo ci rammenta che la chiesa fu spesso sede di eventi culturali e di concerti. Venne gravemente danneggiata da due alluvioni del Panaro nel 1770 e nel 1812, e più ancora dai Francesi nel 1799, quando fu utilizzata quale caserma per i soldati e stalla per i cavalli. Tra gli anni 1828 e 1838 la confraternita intraprese importanti lavori di restauro, che restituirono alla chiesa il suo primitivo splendore.
La chiesa, che oggi tutti conoscono con il nome di Annunziata, sorse originariamente come chiesa delle Stimmate e fu costruita nel 1627 dall’ omonima confraternita, costituitasi un anno prima. Nel 1680 furono eseguiti importanti lavori di restauro e di abbellimento. Nel 1784 divenne sede della Confraternita dell’Annunziata, che era stata costretta ad abbandonare la sua sede primitiva (situata accanto al Duomo) e a trasferire in questa chiesa le preziose opere d’arte contenute in quella vecchia, che fu poi demolita nel 1798. Tra le tante opere qui trasferite vi era lo splendido gruppo marmoreo dell’Annunciazione, che fu collocato sopra il portale di ingresso. Ultimamente questa scultura è stata rimossa e si trova all’interno del Duomo. Il trasferimento della Confraternita dell’Annunziata fu l’occasione per altri importanti lavori di restauro della chiesa, la cui facciata fu trasformata imprimendole uno stile neoclassico. Altri interventi ebbero luogo nel 1864, nel 1945-46 e in tempi recenti.
Quelli ottocenteschi furono talmente radicali che la chiesa venne di nuovo consacrata il 9 settembre 1864. L’edificio si presenta rientrato rispetto alla strada, e vi si accede attraversando un ampio spiazzo a gradoni e pavimentato in pietra. La chiesa è a navata unica con quattro altari laterali ed è direttamente collegata con i due nobili palazzi adiacenti, i cui proprietari godevano del privilegio di assistere alla messa da un luogo a loro riservato. Era una chiesa ricca di opere di grande valore artistico, quali la grandiosa pala d’altare (cm 345 x 241) dell’Annunciazione di Francesco Vellani e l’organo di Agostino Traeri del 1777, restaurato nel 1989. Oggi tutti i dipinti e le statue sono stati trasferiti in altre sedi, come pure gli arredi; l’unico di essi inamovibile è lo splendido altare maggiore dalle eleganti forme settecentesche, arricchito da preziosi marmi. Attualmente l’edificio, dopo il recupero statico e funzionale di questi ultimi anni, è in attesa di ulteriori restauri.
Non esistono notizie certe sull’epoca di costruzione di questa chiesa, che forse già esisteva quando il fi ume Reno scorreva in questi luoghi. L’unica data in nostro possesso è il 1465, l’anno in cui vi fu collocato il fonte battesimale. Il campanile più basso ed antico, che risale al 1506 e si eleva di pochi metri al di sopra dell’edifi cio sul lato ovest, era dotato in passato di due campane e di un orologio. Ad esso si contrappone sul lato est il più alto e moderno campanile (38 m.), costruito a partire dal 1933 e terminato nel 1948, dopo varie interruzioni dei lavori. E’ fornito di tre campane ivi collocate nel 1948, l’anno in cui fu rifusa la campana maggiore, unica superstite delle spogliazioni causate nel 1943 dalla guerra. La chiesa di Santa Elisabetta si presenta con una navata centrale fiancheggiata da due laterali dove sono collocati otto altari minori e con un’abside di grandissima profondità. La facciata dell’edificio mantiene pressoché inalterate le caratteristiche cinquecentesche del corpo centrale e sotto il timpano risalta una bella trabeazione dorica che presenta inserti a rosette e bucrani inseriti tra triglifi. Questo motivo ornamentale è tipico di molti edifici di età classica e fu spesso utilizzato in epoca rinascimentale per abbellire chiese e palazzi (ne è un esempio il Palazzo Albergati di Bologna).
Si tratta di una chiesetta di grande interesse architettonico che risale al primo quattrocento. L’edifi cio si presenta a navata unica con pianta rettangolare e con un’appendice absidale a base quadrata; sul lato sud, in adiacenza, vi è una più recente casa rurale. Lo stile tardo romanico della struttura si è ben conservato durante i secoli: sono ben visibili le arcatelle cieche su paraste che salgono dallo zoccolo di base scandendo regolarmente le superfi ci dei fi anchi, cinque sui lati e tre nella facciata. In essa un tempo si apriva un ampio portale con un arco a tutto sesto ornato di terrecotte, ora sostituito da una semplice apertura carrabile sormontata in alto da una finestrella rotonda.
Il piccolo oratorio, che si trova in Via Zuffi , fu costruito nel 1597 ad opera della Confraternita della Morte. In seguito alle soppressioni religiose operate alla fi ne del settecento, l’oratorio fu adibito a magazzino e pervenne in seguito alla Congregazione di Carità. Nel 1912 fu venduto a privati e cambiò diversi proprietari. Nel 1930 la famiglia Rovatti, che ne era entrata in possesso, lo restaurò e lo riaprì al culto ripristinandone l’antica funzione. Il 26 luglio di ogni anno, festa di S. Anna, vi si celebrava una messa. All’interno si conservano alcune opere d’arte di un certo interesse: un dipinto ad olio su tela (cm 200 x 150) che raffi gura S. Anna, la Vergine e San Gioacchino (opera di ignoto autore modenese del XVII secolo) e, alla base dell’altare, un paliotto policromo in scagliola, opera pregevole della seconda metà del seicento attribuita al carpigiano Giovan Marco Barzelli. Attualmente l’oratorio non è visitabile.
La Chiesa Maggiore è una Collegiata, sede un tempo di canonici. L’edifi cio primitivo (caratterizzato dall’asse est – ovest obliquo rispetto alle costruzioni circostanti) venne alzato e ampliato con l’aggiunta dell’abside nel 1474 e del campanile nel 1567. Nel 1770 si diede avvio ad un rifacimento dell’interno in stile tardo barocco con stucchi, capitelli corinzi e soffi tto a volte su progetto del fi nalese Angelo Marescotti. Nel 1807 un altro fi nalese, Cesare Rossi, realizzò in stile neoclassico la facciata attuale, nel cui timpano campeggia lo stemma della Comunità del Finale, replicato al centro del pavimento della chiesa. Le volte delle tre navate sono state dipinte a secco dal finalese Giuseppe Busuoli (1894 – 1948) negli anni 1942 – 43.Dell’edificio originario, del quale si ha la certezza che già esistesse nel 1198, non rimane praticamente nulla a causa delle numerose ricostruzioni operate nei secoli. Il nucleo più antico della chiesa risale al 1385, ma essa fu ampliata nel 1538 e nel 1639. La facciata, molto rimaneggiata, fu completamente ricostruita nel 1895 su disegno dell’architetto finalese Giovanni Grossi. Il campanile originario, che era in stile romanico, fu demolito per lasciare spazio a quello attuale, alto ben 41 metri e dotato di cinque campane. Il nuovo campanile fu inaugurato alla presenza del cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca, arcivescovo di Bologna, il 12 giugno 1926.
Alla Pieve di San Geminiano, dipendente sin dalla sua origine dalla diocesi di Modena, erano soggette la Pieve di San Lorenzo e il Duomo del Finale (sino al 1757), la chiesa di Cadecoppi, quella di San Lorenzo a Casumaro, la chiesa di Santa Elisabetta di Reno Finalese e quella di S. Agata di Modena. La chiesa di Massa, che è a tre navate, conservava molte importanti opere d’arte, alcune delle quali sono purtroppo scomparse; tra quelle superstiti troviamo nel primo altare a destra un bel Crocifisso in legno intagliato policromo del XVI secolo, di ignoto scultore di area emiliana. Nel terzo altare a sinistra vi è una grande tela ad olio raffigurante lo Sposalizio della Vergine, copia settecentesca di autore ignoto del più celebre quadro di Sigismondo Caula situato nel Duomo del Finale. Nell’abside, dietro all’altare maggiore, si trova un grande quadro ad olio che raffigura San Geminiano inginocchiato davanti alla Madonna con il Bambino. L’opera, della prima metà del XVIII secolo, è attribuita a Carlo Rizzi. Da segnalare infine le due acquasantiere in marmo rosso di Verona e il fonte battesimale, di un’epoca a cavallo tra il Seicento e il Settecento.
La chiesa e il convento dei frati minimi di San Francesco di Paola furono eretti a partire dal 1625 sull’antico argine del Panaro della Lunga. Inizialmente la chiesa era di dimensioni più ridotte di quelle attuali e ad una sola navata, ma nel 1752 furono avviati dei lavori che ne ampliarono il volume e vi aggiunsero delle volte in cannucciato, le quali occultarono alla vista sino alla fi ne del secolo scorso alcune pitture; nel 1760 fu anche innalzato il campanile, dotandolo di un orologio, e il 23 giugno di quello stesso anno il vescovo di Modena Giuseppe Maria Fogliari consacrò l’altare maggiore dedicato a San Francesco di Paola, altare di cui era titolare l’Arte dei Muratori, che veneravano il Santo quale loro patrono. Nel 1783, un anno infausto per l’ordine francescano poiché il duca di Modena Ercole III soppresse l’ordine dei minimi, tutte le migliori opere d’arte della chiesa e del convento furono trasferite a Modena (tra queste un quadro di Guido Reni e un San Francesco di Paola dello Stringa).
La chiesa si trova al centro della maggiore delle piazze di Finale Emilia. Fu edifi cata nel 1504 dalla Confraternita della Morte e consacrata dal cardinale Ippolito d’Este il 26 agosto 1518, come ricorda un’epigrafe incisa su una pietra nella sagrestia. Probabilmente in passato l’edifi cio, dinanzi al quale era collocato un ponte che attraversava il Canaletto dei Mulini, appariva più maestoso di ciò che suggerisce l’aspetto odierno. La simmetria dei due corpi laterali adiacenti, oggi adibiti ad abitazioni e ad attività commerciali, bilancia in modo armonioso l’architettura della facciata della chiesa, che è in stile neoclassico, con un elegante portico sorretto da quattro colonne in stile dorico. La nicchia che lo sovrasta ospita una statua in terracotta a tutto tondo raffi gurante San Bartolomeo che sorregge un grosso volume. La scultura fu fatta eseguire nel 1750 dal Padre Giuseppe Sivieri e alla stessa epoca risale anche l’attuale sistemazione architettonica della chiesa.
Fu costruita nel 1606, insieme all’annesso convento, dai frati minori osservanti (o zoccolanti), che intitolarono tutto il complesso alla Santissima Trinità. Nel 1722 fu innalzato l’attuale campanile e nel 1756 la chiesa fu ristrutturata in una forma più ampia e più bella. Dal 1771, quando l’ordine dei minori osservanti fu soppresso e sostituito da quello degli agostiniani, la chiesa fu chiamata alternativamente Sant’Agostino e San Nicola da Tolentino sino al 1798, l’anno in cui anche l’ordine degli agostiniani fu soppresso da Napoleone e tutti i loro beni furono incamerati dallo Stato. Caduto Napoleone e ritornati gli Estensi, il duca Francesco IV destinò a scuole gli ambienti dell’ex convento, la cui proprietà fu restituita all’arcivescovo di Modena nel 1821; l’anno successivo vi fu istituito un collegio educativo chiamato Seminario degli Oblati. Dal 1911 al 1933 l’ex convento fu sede dei salesiani, sotto la cui direzione fu ultimato nel 1927 un grandioso restauro della chiesa. Dal 1934 al 1942 ritornò ad essere Seminario Diocesano, quindi dal 1942 al 1947 vi si insediarono i Padri Bianchi, sostituiti nel 1948 dai sacerdoti di don Orione; questi ultimi vi sono rimasti sino ad epoca recente.
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